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  • Piergiorgio Sperduti

La fine dei ruoli teatrali

L'Ottocento, nel teatro italiano, fu il secolo dei ruoli: essi organizzavano la vita delle compagnie e influenzavano i repertorî; combattuti da intellettuali e pretenziosi riformatori, scomparvero invece per mano dei Grandi Attori.


Per quella intraprendente fanciulla o quel giovinotto scavezzacollo ai quali, punti da un acuto amore per l'Arte o, molto piú spesso, eredi di una tradizione attoriale famigliare, fosse parso sensato di scritturarsi in una compagnia, la strada da percorrere sarebbe stata tracciata con precisione, nell'Ottocento: prima generici; indi, se gli applausi ne avessero dimostrato il valore, specializzati in varî personaggi comici o tragici o entrambi; infine impiegati in parti "senili". Era il sistema dei ruoli: ovvero una tormentata ma efficacissima irreggimentazione dei componenti di ogni compagnia che — a partire dalla scelta delle figure da interpretare fino alla paga e alle pretese contrattuali nelle formazioni d'Arte — trovavano in essa sicurezza, perizia, ricerca e (speranza di) successo.

Compagnia di T. Salvini
Compagnia di T. Salvini

Ogni interprete era: un brillante (tipo di personaggio sciolto e allegrotto), un'amorosa (parte di donzella innamorata), un tiranno (cattivone delle vicende eroiche) etc. etc. I ruoli erano molti, le tipologie di ruolo un po' meno, ma comunque davano un'idea piuttosto chiara di chi fosse ogni membro della compagnia. Cosí pubblico e artisti finirono con l'affezionarsi assai a questo prontuario d'Arte che divenne pressoché irrinunciabile e per decennî difese i suoi diritti i suoi molti pregî contro gli attacchi mossi da intellettuali e critici d'ogni romantica risma o da capocomici in vena di totalitarismi ante litteram.


Soprattutto a partire dalla metà del secolo, infatti, nomi stimati della cultura italiana, dai giornali o sui palcoscenici, presero a muovere guerra contro questi ruoli che, dicevano, sminuivano l'arte e frustravano le alte idee creative degli autori costretti a venire a patti con i capricci del pubblico e degli artisti invece di liberarsi d'ogni materiale pensiero e plasmare arte purissima. Va da sé che la guerra dei riformatori fu persa: non solo perché chi biasima tanto largamente le forme del teatro, oggi come allora, il piú delle volte farebbe molto prima a lasciar stare l'arte rappresentativa tanto disprezzabile e a darsi a manifestazioni artistiche di maggior gusto; ma anche e soprattutto perché un sistema che poggia sulla riuscita degli spettacoli (e la riuscita è data solo dall'apprezzamento del pubblico) vede nelle richieste degli spettatori ogni suo obbligo e di null'altro si cura che degli applausi paganti.

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Sicché i ruoli, mentre ridevano in faccia all'alta cultura nazionale, covavano nelle loro compagnie la serpe (eroica) che li avrebbe divorati tutti: il Grande Attore, antesignano di quelli che ancor oggi sono chiamati mattatori. Il colpo di stato fu compiuto sbrigativamente e spietatamente: ogni formazione d'artisti, dalle minori di scavalcamontagne alle primarie trionfanti nelle capitali di tutto il mondo, con sempre crescente pompa si strinsero attorno alla donna o all'uomo che, nel loro organico, richiamava maggior pubblico. Tutti per lei o per lui recitavano; tutti s'adattavano a consegnare le proprie parti succulente a chi, col solo nome suo stampato in cartellone, sapeva radunare pubblico numeroso e plaudente. Gli anni passavano e le grandi attrici, i grandi attori, trovarono agio di accaparrarsi tutte le parti notabili delle opere, per sicurezza ne proibirono ai compagni altre in potenza rilevanti, riempirono i loro contratti di assicurazione di potere, pretese gigantesche e feroce deterrente contro ogni possibile successo altrui.

La Grande Attrice A. Ristori
La Grande Attrice A. Ristori

Culmine di questo processo fu la sottomissione completa di tutti gli attori (e direttamente di tutti i ruoli) alla figura del Grande Attore — che di tutti gli attori e di tutti i ruoli poteva disporre e che non doveva accontentarsi di fare la protagonista o il primario antagonista: se preferiva, infatti, aveva tutto il diritto di prendersi, ad esempio, l'agile parte di un comico o la seducente eroticità d'una ben scritta ingenua (e senza badar troppo alla propria età, d'altronde, ché si videro Grandi Attrici cinquantenni mettersi a far l'amore dalle finestre in cartapesta d'un collegio). Al termine del secolo XIX il trionfo del Grande Attore (maturato ormai nel Mattatore) era completo: tutti i nuovi testi erano scritti per lei o per lui appositamente; i colleghi di scena ridotti a comparse; i ruoli tradizionali, con i loro privilegî, asserviti alle sue strategie di successo; i critici vieppiú immalinconiti perché, se contro i ruoli non avrebbero potuto vincere ma ben potevano combattere, contro i mattatori non scovarono neanche una parola che per il pubblico italiano avesse senso. I mattatori erano gli eroi delle genti: chi avrebbe osato recensirli con poco rispetto e perdere di conseguenza lettori?

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I ruoli finirono, proprio come le maschere della Commedia dell'Arte: ma queste ultime, alla fine del Settecento, per consunzione e in pace; loro, cent'anni dopo, per digestione dei beniamini del pubblico. Degna riduzione agli estremi della loro filosofia di vita: che il pubblico può tutto, anche dar diritto ai suoi eletti di mettere a ferro e fuoco un secolo intero.

Grandi Attori italiani
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