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  • Piergiorgio Sperduti

Teatro 2021. Un’idea

Negare la necessità, da parte del teatro, di trovare una forma accettabile di convivenza con le norme anticontagio, prima ancora che un’obbedienza civile, è un’assicurazione di sopravvivenza.


Il teatro è sempre stato in emergenza: dalle terribili inarrestabili migrazioni dei primi comici italiani (costretti a valicare montagne e guadare fiumi in piena) alle pause forzate tutta fame e miseria dei common players londinesi durante le ondate di peste, pare che combattere contro la Natura matrigna sia obbligo d’attore. Ecco dunque che, guardando i passati mesi ma ancor piú sperando in quelli a venire, non possiamo fare a meno di pensare e — quasi — desiderare un teatro differente, pronto alle restrizioni, non inerme di fronte alla dura realtà del covid.

Già dirlo costa fatica; ma tratteggiare pure un contorno, di questo teatro differente, sembra a prima vista impresa impossibile. Non lo è, se si affronta con raziocinio. Vediamo dunque tre aspetti che dovrebbero essere ri-arrangiati per il futuro dello spettacolo dal vivo. Ogni compagnia, per mezzo d’intelligenza e volontà, e purtroppo anche di possibilità, opererà infatti su questi aspetti e con piú o meno successo ne saprà trarre speranza.


INTERPRETI ● Prima necessità, crediamo noi, è rispettare il distanziamento — anche fra gli attori. Si dirà: difficile. Si risponderà: difficile è la vita. Si deve trovare un sistema per rendere la recitazione distanziata non diciamo naturale (e comunque il naturale in Arte non esiste, cfr. Auerbach) ma almeno giustificata; e se dal buon Mejerchol’d in poi tutto il mondo ha cercato di sperimentare e la forma di recitazione tradizionale è stata oggetto di critiche ed aggressioni acerrime, vediamo bene che possiamo rallegrarci: finalmente si può sperimentare con un obiettivo! finalmente si può cercare una nuova meccanica d’attore con un fine preciso e non solo per fare laboratorio! Il distanziamento di scena, allora, potrebbe essere diegetico o prospettico: nel primo caso occorre trovare una ambientazione in cui i personaggi siano costretti dalla storia stessa a mantenersi lontani (magari son tutti affacciati a differenti finestre oppure si parlano da tetto a tetto); nel secondo caso, invece, è la regia ad operare lo sfasamento dei piani, prevedendo dunque un montaggio di scena irrealistico e geometrico, con personaggi parlanti in primo e secondo piano e controscene in fondo. Aggiungiamo che quest’ultima operazione non è tutto nuova: la lirica ne fa spesso uso; e ricordiamo bene anche alcune scene de Le voci di dentro di Servillo (son passati anni): gli attori si andavano a cacciare in angoli remoti del palco alquanto storto — e vederli spremuti lí in esilio era un piacere.

SUL TEATRO DURANTE E DOPO IL COVID, LEGGI ANCHE UN ALTRO ARTICOLO PROSPERIANO: QUI

SPAZÎ ● Va da sé che grande accortezza bisogna adoperare nel disegnare gli spazî scenici del teatro in sicurezza; ma non è meno urgente evitare di penalizzare la libertà di movimento degli attori facendo di necessità virtú ed individuando una compensazione. Quale? se piccola area può esser concessa ad ogni interprete, essa sia almeno esclusiva: trovate il modo di donare un piccolo palcoscenico ad ogni comico e il gioco è fatto. Questa eventuale forma di scena pro capite ha anche il pregio di concedere alle agiate produzioni lo sfarzo d’una scenografia articolata e ricca; a quelle piú modeste l’uso massiccio (e apprezzatissimo dal pubblico moderno) di materiale di riciclo come cassette, legna, cartone etc.


DRAMMATURGIA ● La distanza obbligata fra gli interpreti frustra spietatamente due drammaturgie: quella dell’attor comico (che del balletto dei corpi fa lazzo quasi ininterrotto) e quella di certa sperimentazione ormai attempata ma spesso riaffiorante (tutta interessata al sincronico palpitare della biomeccanica dei corpi). Questa seconda potrebbe cogliere l’occasione di difficoltà ed estinguersi: le auguriamo di trovare, una volta appannata nel ricordo, un poco di postuma commiserazione che non si nega mai a quel che trapassa. Chi invece si occupa di scrivere (o meglio: raffazzonare — che è termine proprio) copioni seguendo la prima, dovrà mettere momentaneamente da parte le scene a due e a tre e concentrarsi sui concerti (paiono funzionare anche con gli interpreti distanziati). Le prove diverranno infernali ma tant’è se non vogliamo tutti darci — Dio ne scampi — al monologo impegnato politico.

La protesta dei bauli

Dobbiamo ammetterlo: con settori forti e influenti del mondo produttivo italiano in difficoltà, le speranze che anche al teatro giunga soccorso sufficiente sono poche; e poi la nostra non è solo professione: è anche arte; cosí che senza prova ed esercizio costanti come la conserveremo? Possiamo piangere la nostra scomparsa, allora; o, per imporre le scene aperte (sicure, abbastanza sicure), possiamo sostituire ai mugugni l’azione della nostra fantasia: siamo artisti, dovrebbe essere la nostra specialità.

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